martedì 12 giugno 2007

Il Sacro Cuore e la Leggenda del Santo Graal

Nel suo articolo “Iconographie ancienne du Coeur de Jésus”, Charbonneau-Lassay segnala molto giustamente, in collegamento con
quella che si potrebbe chiamare la «preistoria del Cuore eucaristico di Gesù», la leggenda del Santo Graal, scritta nel secolo XII, ma
assai anteriore per le sue origini, poiché essa è in realtà un adattamento cristiano di antichissime tradizioni celtiche. L'idea di questo
accostamento ci era già venuta in occasione dell'articolo precedente, estremamente interessante dal punto di vista in cui ci poniamo,
intitolato “Le Coeur humain et la notion du Coeur de Dieu dans la religion de l'ancienne Égypte”, di cui richiameremo il brano
seguente: «Nei geroglifici, scrittura sacra ove spesso l'immagine della cosa rappresenta la parola stessa che la designa, il cuore fu
nondimeno raffigurato con un solo emblema: il vaso. Il cuore dell'uomo non è infatti il vaso in cui la sua vita si elabora
continuamente con il suo sangue?». Appunto il vaso, preso come simbolo del cuore e che si sostituisce a esso nell'ideografia egiziana,
ci aveva fatto pensare immediatamente al Santo Graal, tanto più che in quest'ultimo, oltre al senso generale del simbolo (considerato
d'altronde nello stesso tempo sotto i suoi due aspetti divino e umano), vediamo ancora una relazione speciale e assai più diretta con il
Cuore medesimo di Cristo.
Effettivamente, il Santo Graal è la coppa che contiene il prezioso sangue di Cristo, e lo contiene addirittura due volte, poiché essa
servì dapprima alla Cena, e in seguito Giuseppe d'Arimatea vi raccolse il sangue e l'acqua che sgorgavano dalla ferita aperta dalla
lancia del centurione nel fianco del Redentore. Questa coppa si sostituisce dunque in qualche modo al Cuore di Cristo come
ricettacolo del suo sangue, ne prende per così dire il posto e ne diviene come un equivalente simbolico; e non è ancor più notevole, in
queste condizioni, che il vaso sia già stato anticamente un emblema del cuore? D'altronde, la coppa, sotto una forma o sotto un'altra,
svolge, al pari del cuore stesso, un ruolo assai importante in molte tradizioni antiche; e senza dubbio era così in particolare presso i
Celti, giacché da essi è venuto ciò che costituì il fondo stesso o almeno la trama della leggenda del Santo Graal. È increscioso che non
si possa sapere con molta precisione qual era la forma di questa tradizione anteriormente al cristianesimo, come succede del resto per
tutto ciò che concerne le dottrine celtiche, per le quali l'insegnamento orale fu sempre l'unico modo di trasmissione usato; ma vi è d'altra parte una sufficiente concordanza perché si possa almeno essere informati sul senso dei principali simboli che vi figuravano, e
questo è in fondo quel che c'è di più essenziale.
Ma torniamo alla leggenda sotto la forma in cui ci è pervenuta; quel che dice dell'origine stessa del Graal è assai degno di
attenzione: questa coppa sarebbe stata intagliata dagli angeli in uno smeraldo staccatosi dalla fronte di Lucifero al momento della sua
caduta. Tale smeraldo richiama in modo sorprendente l’“urna”, la perla frontale che, nell'iconografia indù, occupa spesso il posto del
terzo occhio di Shiva, rappresentando quel che si può chiamare il «senso dell'eternità». Questo accostamento ci sembra più adatto di
qualsiasi altro a illuminare perfettamente il simbolismo del Graal; e si può persino cogliervi una relazione di più con il cuore, che è,
per la tradizione indù come per molte altre, ma forse più chiaramente ancora, il centro dell'essere integrale, e al quale, di conseguenza,
tale «senso dell'eternità» dev'essere direttamente ricollegato.
È detto poi che il Graal fu affidato ad Adamo nel Paradiso terrestre, ma che, alla sua caduta, Adamo lo perse a sua volta, dal
momento che non poté portarlo con sé quando fu cacciato dall'Eden; e anche questo diventa assai chiaro con il senso che abbiamo
appena indicato. L'uomo, allontanato dal suo centro originale dalla propria colpa, si trovava ormai rinchiuso nella sfera temporale;
non poteva più raggiungere il punto unico da cui tutte le cose sono contemplate sotto l'aspetto dell'eternità. Il Paradiso terrestre,
infatti, era veramente il «Centro del Mondo», dovunque assimilato simbolicamente al Cuore divino; e non si può dire che Adamo,
finché fu nell'Eden, viveva realmente nel Cuore di Dio?
Quanto segue è più enigmatico: Seth ottenne di rientrare nel Paradiso terrestre e poté così recuperare il prezioso vaso; ora, Seth è
una delle figure del Redentore, tanto più che il suo stesso nome esprime le idee di fondamento, di stabilità, e annuncia in qualche
modo la restaurazione dell'ordine primordiale distrutto dalla caduta dell'uomo. C'era dunque fin da allora almeno una restaurazione
parziale, nel senso che Seth e quelli che dopo di lui possedettero il Graal potevano per ciò stesso istituire, da qualche parte sulla terra,
un centro spirituale che era come un'immagine del Paradiso perduto. La leggenda, d'altronde, non dice dove né da chi il Graal fu
conservato fino all'epoca di Cristo, né come fu assicurata la sua trasmissione, ma l'origine celtica che le si riconosce deve
probabilmente lasciar intendere che i druidi vi ebbero parte e devono essere annoverati fra i conservatori regolari della tradizione
primordiale. In ogni caso, non sembra che si possa mettere in dubbio l'esistenza di un tale centro spirituale, o anche di parecchi,
simultaneamente o successivamente, qualunque cosa si debba pensare della loro localizzazione; quel ch'è da notare è che si applicò
sempre e dappertutto a questi centri, tra le altre designazioni, quella di «Cuore del Mondo», e che, in tutte le tradizioni, le descrizioni
che a essi si riferiscono sono basate su un identico simbolismo, che è possibile seguire fin nei particolari più precisi. Questo non
mostra forse a sufficienza che il Graal, o ciò che viene così rappresentato, aveva già, anteriormente al cristianesimo, anzi in ogni
tempo, un legame fra i più stretti con il Cuore divino e con l'“Emmanuel”, vogliamo dire con la manifestazione, virtuale o reale a
seconda delle epoche, ma sempre presente, del Verbo eterno nel seno dell'umanità terrestre?
Dopo la morte di Cristo, il Santo Graal fu, secondo la leggenda, trasportato in Gran Bretagna da Giuseppe d'Arimatea e da
Nicodemo; comincia allora a svolgersi la storia dei Cavalieri della Tavola rotonda e delle loro imprese, che non intendiamo seguire
qui. La Tavola rotonda era destinata a ricevere il Graal quando uno dei cavalieri fosse riuscito a conquistarlo e l'avesse portato dalla
Gran Bretagna in Armorica; e questa tavola è anch'essa un simbolo verosimilmente antichissimo, uno di quelli che furono associati
all'idea dei centri spirituali a cui abbiamo appena alluso. La forma circolare della tavola è d'altronde legata al «ciclo zodiacale»
(ancora un simbolo che meriterebbe di essere studiato più specificamente) per la presenza attorno a essa di dodici personaggi
principali, particolarità che si ritrova nella costituzione di tutti i centri in questione. Stando così le cose, non si può forse vedere nel
numero dei dodici Apostoli una traccia, fra moltissime altre, della perfetta conformità del cristianesimo alla tradizione primordiale,
alla quale il nome di “precristianesimo» converrebbe tanto esattamente? E, d'altra parte, a proposito della Tavola rotonda, abbiamo
osservato una strana concordanza nelle rivelazioni simboliche fatte a Marie de Vallées [Si veda «Regnabit», novembre 1924], ove è
menzionata «una tavola rotonda di diaspro, che rappresenta il Cuore di Nostro Signore», nello stesso tempo in cui si tratta di «un
giardino che è il Santo Sacramento dell'altare», e che, con le sue «quattro fontane d'acqua viva», si identifica misteriosamente al
Paradiso terrestre; non è ancora una conferma abbastanza sorprendente e inattesa dei rapporti che segnalavamo sopra?
Naturalmente, queste note troppo rapide non potrebbero avere la pretesa di costituire uno studio completo su una questione così
poco conosciuta; dobbiamo limitarci per il momento a fornire delle semplici indicazioni, e ci rendiamo ben conto che vi si trovano
delle considerazioni suscettibili, sulle prime, di sorprendere un poco coloro che non sono familiarizzati con le tradizioni antiche e con
i loro consueti modi d'espressione simbolica; ma ci riserviamo di svilupparli e giustificarli più ampiamente in seguito, in articoli in cui
pensiamo di poter affrontare anche molti altri punti non meno degni d'interesse.
Intanto menzioneremo ancora, per quel che concerne la leggenda del Santo Graal, una strana complicazione di cui non abbiamo
tenuto conto fin qui: per una di quelle assimilazioni verbali che svolgono spesso nel simbolismo un ruolo non trascurabile, e che
d'altronde hanno forse ragioni più profonde di quanto ci s'immaginerebbe a prima vista, il Graal è a un tempo un vaso (grasale) e un
libro (gradale o graduale). In alcune versioni, i due sensi si trovano anche strettamente collegati, poiché il libro diviene allora
un'iscrizione tracciata da Cristo o da un angelo sulla coppa stessa. Non intendiamo attualmente trarre da ciò alcuna conclusione,
benché vi siano dei collegamenti facili a stabilirsi con il «Libro della Vita» e con certi elementi del simbolismo apocalittico.
Aggiungiamo che la leggenda associa al Graal altri oggetti, e in particolare una lancia, che, nell'adattamento cristiano, non è altro
che la lancia del centurione Longino; ma quel che è assai curioso è la preesistenza di questa lancia o di qualche suo equivalente come
simbolo in qualche modo complementare alla coppa nelle tradizioni antiche. D'altra parte, presso i Greci, si riteneva che la lancia
d'Achille guarisse le ferite che causava; la leggenda medioevale attribuisce precisamente la stessa virtù alla lancia della Passione. E
questo ci richiama un'altra somiglianza dello stesso genere: nel mito di Adone (il cui nome, del resto, significa «il Signore»), allorché
l'eroe viene colpito mortalmente dal grifo di un cinghiale (che sostituisce qui la lancia), il suo sangue, spandendosi a terra, fa nascere
un fiore; ora, Charbonneau in «Regnabit» [Si veda “Regnabit», gennaio 1925] ha segnalato «un ferro da ostie, del secolo XII, dove si
vede il sangue delle piaghe del Crocifisso cadere in goccioline che si trasformano in rose, e la vetrata del secolo XIII della cattedrale
d'Angers in cui il sangue divino, che cola in ruscelli, sboccia pure sotto forma di rose». Avremo fra poco da riparlare del simbolismo
floreale, considerato sotto un profilo un poco differente; ma, quale che sia la molteplicità di sensi che presentano quasi tutti i simboli,
tutto ciò si completa e si armonizza perfettamente, e questa stessa molteplicità, lungi dall'essere un inconveniente o un difetto, è, al contrario, per chi sa comprenderla, uno dei vantaggi principali di un linguaggio assai meno strettamente limitato del linguaggio
ordinario.
Per concludere queste note, indicheremo alcuni simboli che, in varie tradizioni, si sostituiscono talora a quello della coppa, e gli
sono identici nel fondo; ciò non significa uscire dal nostro terna, dal momento che il Graal stesso, come si può facilmente rendersi
conto da tutto quanto abbiamo detto, non ha all'origine altro significato se non quello che ha il vaso sacro dovunque lo si incontri, e
che ha in particolare, in Oriente, la coppa sacrificale contenente il Soma vedico (o lo Haoma mazdeo), straordinaria «prefigurazione»
eucaristica sulla quale torneremo forse in altra occasione. Ciò che il Soma raffigura propriamente, è la «bevanda d'immortalità»
(l'Amrita degli Indù, l'Ambrosia dei Greci, due parole etimologicamente simili), che conferisce o restituisce, a coloro che la
accolgono con le disposizioni richieste, quel «senso dell'eternità» di cui s'è trattato precedentemente.
Uno dei simboli di cui vogliamo parlare è il triangolo con la punta diretta verso il basso; è una specie di rappresentazione
schematica della coppa sacrificale, e lo si trova a questo titolo in certi yantra o simboli geometrici dell'India. D'altra parte, è assai
degno di nota dal nostro punto di vista il fatto che la medesima figura sia anche un simbolo del cuore, di cui riproduce d'altronde la
forma semplificandola; il «triangolo del cuore» è un'espressione corrente nelle tradizioni orientali. Questo ci porta a un'osservazione
che ha anch'essa il suo interesse: e cioè che la raffigurazione del cuore inscritto in un triangolo così disposto non ha in sé nulla che
non sia assolutamente legittimo, si tratti del cuore umano o del Cuore divino, e che essa è pure abbastanza significativa quando la si
riferisce agli emblemi usati da certo ermetismo cristiano del Medioevo, le cui intenzioni furono sempre pienamente ortodosse. Se si è
voluto talvolta, nei tempi moderni, attribuire a una tale rappresentazione un senso blasfemo, ciò si deve al fatto che è stato alterato,
coscientemente o no, il significato originario dei simboli, fino a capovolgere il loro valore normale; è un fenomeno questo di cui si
potrebbero citare numerosi esempi, e che trova d'altronde la sua spiegazione nel fatto che certi simboli sono effettivamente suscettibili
di una doppia interpretazione e hanno quasi due facce opposte. Il serpente, per esempio, e anche il leone, non significano ugualmente,
secondo i casi, il Cristo e Satana? Non possiamo pensare di esporre qui a questo proposito una teoria generale che ci condurrebbe
assai lontano; ma si comprenderà che vi è in ciò qualcosa che rende molto delicato l'uso dei simboli, e anche che questo punto
richiede un'attenzione tutta speciale allorché si tratta di scoprire il senso reale di certi emblemi e di tradurli correttamente.
Un altro simbolo che equivale frequentemente a quello della coppa, è un simbolo floreale: il fiore, infatti, non evoca forse con la sua
forma l'idea di un «ricettacolo», e non si parla del «calice» di un fiore? In Oriente, il fiore simbolico per eccellenza è il loto; in
Occidente, è più spesso la rosa a svolgere l'identico ruolo. Non vogliamo dire, beninteso, che tale sia l'unico significato di
quest'ultima, come pure del loto, dato che, al contrario, ne indicavamo noi stessi un altro in precedenza; ma lo vedremmo volentieri
nel disegno ricamato su quella cartagloria dell'abbazia di Fontevrault dove la rosa è collocata ai piedi d'una lancia lungo la quale
piovono gocce di sangue. Questa rosa vi appare associata alla lancia esattamente come lo è altrove la coppa, e sembra proprio
raccogliere le gocce di sangue piuttosto che provenire dalla trasformazione di una di esse; ma, del resto, i due significati si
completano molto più di quanto non si oppongano, dal momento che le gocce, cadendo sulla rosa, la vivificano e la fanno sbocciare.
È la «rugiada celeste», secondo la figura così spesso impiegata in relazione all'idea della Redenzione, o alle idee connesse di
vo la
rigenerazione e di resurrezione; ma pure questo richiederebbe lunghe spiegazioni, quand'anche ci limitassimo a mettere in rilie
concordanza delle diverse tradizioni riguardo a quest'altro simbolo.
D'altra parte, poiché è stato fatto riferimento alla Rosa-Croce a proposito del sigillo di Lutero, diremo che quest'emblema ermetico
fu dapprima specificamente cristiano, quali che siano le false interpretazioni più o meno «naturalistiche» che ne sono state date a
partire dal secolo XVIII; e non è forse degno di nota che la rosa vi occupi, al centro della croce, proprio il posto del Sacro Cuore? Al
di fuori delle rappresentazioni in cui le cinque piaghe del Crocifisso sono raffigurate da altrettante rose, la rosa centrale, quand'è sola,
può benissimo identificarsi con il Cuore stesso, con il vaso che contiene il sangue, che è il centro della vita e anche il centro
dell'essere intero.
C'è ancora almeno un altro equivalente simbolico della coppa: è la falce lunare; ma questa, per essere convenientemente spiegata,
esigerebbe degli sviluppi del tutto estranei al tema del presente studio; la menzioneremo soltanto per non trascurare totalmente nessun
lato della questione.
Da tutti i collegamenti che abbiamo appena segnalato, trarremo già una conseguenza che speriamo di poter rendere ancora più
manifesta in seguito: quando si trovano dappertutto concordanze tali, non vi è forse più che un semplice indizio dell'esistenza di una
tradizione primordiale? E come spiegare che, la maggior parte delle volte, coloro stessi che si credono obbligati ad ammettere in
teoria questa tradizione primordiale non vi pensano più in seguito e ragionano di fatto esattamente come se essa non fosse mai
esistita, o almeno come se nulla se ne fosse conservato nel corso dei secoli? Se si vuol riflettere bene a quel che c'è di anormale in un
simile atteggiamento, si sarà forse meno disposti a meravigliarsi di certe considerazioni che, in verità, sembrano strane solo in virtù
delle abitudini mentali proprie alla nostra epoca. D'altronde, basta cercare un po’, a condizione di non avere in ciò alcun partito preso,
per scoprire da ogni parte le tracce di questa unità dottrinale essenziale, la cui coscienza ha potuto talora oscurarsi nell'umanità, ma
che non è mai scomparsa interamente; e, mano a mano che si procede in questa ricerca, i punti di confronto si moltiplicano quasi da
soli e nuove prove appaiono a ogni istante; certo, il “Quaerite et invenietis” del Vangelo non è parola vana.

giovedì 24 maggio 2007

Il Verbo e il Simbolo

Abbiamo già avuto occasione di parlare dell'importanza della forma simbolica nella trasmissione degli insegnamenti dottrinali d'ordine tradizionale. Ritorniamo su questo argomento per apportare qualche precisazione complementare e mostrare ancor più esplicitamente i diversi punti di vista sotto i quali può essere considerato. Anzitutto, il simbolismo ci appare adatto in modo speciale alle esigenze della natura umana, che non è una natura puramente intellettuale, ma ha bisogno d'una base sensibile per elevarsi verso le sfere superiori. Occorre prendere il composto umano qual esso è, uno e molteplice al tempo stesso nella sua complessità reale; troppo spesso si ha la tendenza a dimenticarlo, da quando Descartes ha preteso di stabilire fra l'anima e il corpo una separazione radicale e assoluta. Per una pura intelligenza, sicuramente, nessuna forma esteriore, nessuna espressione è richiesta per comprendere la verità, e neppure per comunicare ad altre pure intelligenze ciò che essa ha compreso nella misura in cui è comunicabile; ma non è così per l'uomo. In fondo, ogni espressione, ogni formulazione, qualunque essa sia, è un simbolo del pensiero che essa traduce esteriormente; in questo senso, il linguaggio stesso non è altro che un simbolismo.
Non vi deve dunque essere opposizione tra l'impiego delle parole e quello dei simboli figurativi; questi due modi d'espressione sarebbero piuttosto complementari l'uno all'altro (e del resto, di fatto, essi possono combinarsi, giacché la scrittura è originariamente ideografica e in certi casi, come in Cina, ha sempre conservato questo carattere). In generale, la forma del linguaggio è analitica, «discorsiva» come la ragione umana di cui esso è lo strumento proprio e di cui segue o riproduce il cammino con la massima esattezza possibile; al contrario, il simbolismo propriamente detto è essenzialmente sintetico, e per ciò stesso «intuitivo» in qualche maniera, il che lo rende più idoneo del linguaggio a servire da base all’“intuizione intellettuale», che è al di sopra della ragione, e che occorre star bene attenti a non confondere con quella intuizione inferiore alla quale si appellano diversi filosofi contemporanei. Di
conseguenza, se non ci si accontenta di constatare una differenza e si vuol parlare di superiorità, questa andrà attribuita, checché pretendano alcuni, al simbolismo sintetico, che apre possibilità di concezione veramente illimitate, mentre il linguaggio, caratterizzato da significati più definiti e più fermi, pone sempre alla comprensione limiti più o meno stretti.
Non si venga dunque a dire che la forma simbolica è buona solo per il volgo; sarebbe piuttosto vero il contrario; o, meglio ancora, essa è ugualmente buona per tutti, poiché aiuta ciascuno a comprendere più o meno completamente, più o meno profondamente la verità che rappresenta, secondo la misura delle proprie possibilità intellettuali. Così, le verità più alte, che non sarebbero in alcun
e, modo comunicabili o trasmissibili con qualsiasi altro mezzo, lo divengono fino a un certo punto quando sono, se così si può dir incorporate in simboli i quali le dissimuleranno senza dubbio a molti, ma le manifesteranno in tutto il loro splendore agli occhi di coloro che sanno vedere. Dovremo dire che l'uso del simbolismo è una necessità? Qui bisogna fare una distinzione: in sé e in modo assoluto, nessuna forma esteriore è necessaria; tutte sono ugualmente contingenti e accidentali in rapporto a ciò che esse esprimono o rappresentano. È così che, secondo l'insegnamento degli Indù, una figura qualunque, per esempio una statua simboleggiante questo o quell'aspetto della
Divinità, non deve essere considerata che come un «supporto», un punto d'appoggio per la meditazione; è dunque un semplice «coadiuvante», e niente più. Un testo vedico fornisce al riguardo un paragone che illumina perfettamente questo ruolo dei simboli e
delle forme esteriori in genere: sono come il cavallo che permette a un uomo di compiere un viaggio più rapidamente e con assai minor fatica che se dovesse farlo con i propri mezzi. Certo, se quest'uomo non avesse cavalli a sua disposizione, potrebbe malgrado
tutto giungere alla sua meta, ma con quanta maggior difficoltà! Se può servirsi d'un cavallo, avrebbe davvero torto a rifiutarsi di farlo col pretesto che è più degno di lui non ricorrere ad alcun aiuto; e non è proprio così che agiscono i detrattori del simbolismo? E inoltre se il viaggio è lungo e faticoso, benché non vi sia mai un'impossibilità assoluta di farlo a piedi, può ugualmente esserci una
vera e propria impossibilità pratica di venirne a capo. Così è dei riti e dei simboli: essi non sono necessari di una necessità assoluta, ma lo sono in certo modo di una necessità di convenienza, tenendo presenti le condizioni della natura umana.
Ma non basta considerare il simbolismo dal lato umano come abbiamo fatto sin qui; conviene, per penetrarne tutta la portata, esaminarlo anche dal lato divino, se è lecito esprimersi così. Già se si constata che il simbolismo trova il suo fondamento nella natura
stessa degli esseri e delle cose, che esso è in perfetta conformità con le leggi di questa natura, e se si riflette che le leggi naturali non sono, in fondo, che un'espressione e come un'esteriorizzazione della Volontà divina, tutto ciò non autorizza forse ad affermare che il simbolismo è di origine «non umana», come dicono gli Indù, o, in altri termini, che il suo principio risale più lontano e più in alto
dell'umanità? Non senza ragione si sono potute richiamare, a proposito di simbolismo, le prime parole del Vangelo di san Giovanni: «In principio era il Verbo». Il Verbo, il Logos, è a un tempo Pensiero e Parola: in sé, è l'Intelletto divino, che è il «luogo dei possibili»; in rapporto a noi, si manifesta e si esprime per mezzo della Creazione, in cui si realizzano nell'esistenza attuale alcuni di questi stessi possibili che, in quanto essenze, sono contenuti in Lui da tutta l'eternità. La Creazione è l'opera del Verbo; essa è anche, e proprio per questo, la sua manifestazione, la sua affermazione esteriore; ed è per ciò che il mondo è come un linguaggio divino per coloro che sanno comprenderlo: “Caeli enarrant gloriam Dei” (Salmi, XIX, 2). Il filosofo Berkeley non aveva dunque torto quando diceva che il
mondo è «il linguaggio che lo Spirito infinito parla agli spiriti finiti»; ma aveva torto a credere che tale linguaggio sia solo un insieme di segni arbitrari, mentre in realtà non c'è niente di arbitrario neppure nel linguaggio umano, dovendo ogni significazione avere all'origine il suo fondamento in qualche convenienza o armonia naturale fra il segno e la cosa significata. Appunto perché Adamo
aveva ricevuto da Dio la conoscenza della natura di tutti gli esseri viventi, egli poté nominarli (Genesi, II, 19-20); e tutte le tradizioni antiche concordano nell'insegnare che il vero nome di un essere non è che una sola cosa con la sua natura o la sua stessa essenza.
Se il Verbo è Pensiero all'interno e Parola all'esterno, e se il mondo è l'effetto della Parola divina proferita all'origine dei tempi, la natura stessa può esser presa come simbolo della realtà soprannaturale. Tutto ciò che è, sotto qualsiasi modalità si trovi, avendo il suo
principio nell'Intelletto divino, traduce o rappresenta questo principio secondo la sua maniera e secondo il suo ordine d'esistenza; e, così, da un ordine all'altro, tutte le cose si concatenano e si corrispondono per concorrere all'armonia universale e totale, che è come
un riflesso dell'Unità divina stessa. Tale corrispondenza è il vero fondamento del simbolismo ed è per ciò che le leggi di un àmbito inferiore possono sempre esser prese per simboleggiare le realtà d'un ordine superiore, ove esse hanno la loro ragione profonda, che è
nello stesso tempo il loro principio e la loro fine. Segnaliamo in questa occasione l'errore delle moderne interpretazioni «naturalistiche» delle antiche dottrine tradizionali, interpretazioni che semplicemente rovesciano la gerarchia dei rapporti fra i diversi ordini di realtà: ad esempio, i simboli o i miti non hanno mai avuto il compito di rappresentare il movimento degli astri, ma la verità è
che vi si trovano spesso delle figure ispirate a esso e destinate a esprimere analogicamente tutt'altra cosa, poiché le leggi di tale movimento traducono fisicamente i principi metafisici da cui dipendono. L'inferiore può simboleggiare il superiore, ma l'inverso e impossibile; d'altronde, se il simbolo non fosse più prossimo all'ordine sensibile di ciò che rappresenta, in che modo potrebbe
svolgere la funzione alla quale è destinato? Nella natura, il sensibile può simboleggiare il soprasensibile; l'intero ordine naturale può, a sua volta, essere un simbolo dell'ordine divino; e, d'altra parte, se si considera più particolarmente l'uomo, non è legittimo dire che
egli stesso è un simbolo per il fatto che è «creato a immagine di Dio» (Genesi, I, 26-27)? Aggiungiamo ancora che la natura acquista tutto il suo significato solo quando si considera che essa fornisca un mezzo per elevarsi alla conoscenza delle verità divine, che è
precisamente anche il compito essenziale che abbiamo riconosciuto al simbolismo [Non è forse inutile far osservare che questo punto di vista, secondo il quale la natura è considerata come un simbolo del soprannaturale, non è assolutamente nuovo, ed è stato adottato
assai correntemente nel Medioevo; è stato segnatamente quello della scuola francescana, e in particolare di san Bonaventura. Notiamo anche che l'analogia, nel senso tomistico della parola, che permette di risalire dalla conoscenza delle creature a quella di Dio, non è
altro che un modo di espressione simbolica basato sulla corrispondenza dell'ordine naturale con il soprannaturale].
Queste considerazioni potrebbero essere sviluppate quasi indefinitamente; ma preferiamo lasciare a ciascuno la cura di farlo con uno sforzo di riflessione personale, poiché nulla potrebbe esser più proficuo; come i simboli che ne sono l'argomento, queste note
devono soltanto essere un punto di partenza per la meditazione. Le parole, d'altronde, possono rendere solo assai imperfettamente ciò di cui trattiamo; nondimeno, c'è ancora un aspetto della questione, e non dei meno importanti, che cercheremo di far comprendere o
almeno intuire dando una breve indicazione.
Il Verbo divino si esprime nella Creazione, dicevamo, e questo è paragonabile, analogicamente e fatte le dovute proporzioni, al pensiero che si esprime nelle forme (non c'è più motivo qui di fare una distinzione fra il linguaggio e i simboli propriamente detti) che lo velano e lo manifestano a un tempo. La Rivelazione primordiale, opera del Verbo come la Creazione, s'incorpora, per così dire,
anch'essa nei simboli che si sono trasmessi di epoca in epoca a partire dalle origini dell'umanità; e tale processo è ancora una volta analogo, nel suo ordine, a quello della Creazione stessa. D'altra parte, non si può vedere, in questa incorporazione simbolica della tradizione «non umana», una sorta d'immagine anticipata, di «prefigurazione» dell'Incarnazione del Verbo? E questo non permette anche di percepire, in una certa misura, il misterioso rapporto esistente fra la Creazione e l'Incarnazione che ne è il coronamento?
Termineremo con un'ultima osservazione relativa all'importanza del simbolo universale del Cuore e più particolarmente della forma che esso riveste nella tradizione cristiana, quella del Sacro Cuore. Se il simbolismo è nella sua essenza strettamente conforme al «piano divino», e se il Sacro Cuore è il centro dell'essere, realmente e simbolicamente insieme, questo simbolo del Cuore, in se stesso o nei suoi equivalenti, deve occupare in tutte le dottrine derivate più o meno direttamente dalla tradizione primordiale, un posto propriamente centrale; è quello che cercheremo di mostrare in alcuni degli studi che seguono.


René Guénon, Simboli della Scienza Sacra

lunedì 21 maggio 2007

La poesia come «istituzione in parola dell'essere» e l'inautenticità della «chiacchiera» (parte 1)

Partendo da tale affermazione bisogna innanzitutto capire cosa Heidegger intenda per essere, per linguaggio e per poesia. L'essere rappresenta una costante nel pensiero del filosofo tedesco, ma mentre il primo Heidegger, per conoscere l'essere parte dall'esistenza; il secondo, quello successivo alla Kehre del 1936, adotta il punto di vista dell'essere stesso.

Già nel '29, in “Che cos'è la metafisica?”, egli si propone di riconsiderare l'essere in rapporto al nulla. Ciò implica una frattura rispetto alla tradizione filosofica precedente, da Parmenide in poi dove si considerava l'essere in rapporto alla totalità degli enti. Una frattura anche nei confronti di scienza e logica, le quali sono atte esclusivamente allo studio di ciò che è.

Si può fare esperienza del nulla attraverso tre stati d'animo: l'angoscia, la noia e la gioia in quanto non si sa da cosa essi scaturiscano.

Scrive Heidegger:

Nell'angoscia, noi diciamo, “uno è spaesato” [...]. Non possiamo dire dinanzi a che cosa uno è spaesato, perché lo è nell'insieme. Tutte le cose e noi stessi affondiamo in una sorta di indifferenza1

Analizzare il nulla è, quindi, compito dell'estetica in quanto esso si configura come puro sentire. Un puro sentire già teorizzato da Kant in una delle sue quattro definizioni del bello, quando afferma che il bello è «ciò che piace universalmente senza concetto»2.

Ma lo studio heideggeriano parte anche dalla concezione hegeliana di estetica come «filosofia dell'arte».

L'essere non è dunque per Heidegger l'ente, ma ciò che entifica l'ente, ciò che lo rende visibile; esso è un «evento», uno storico accadere, che si manifesta in modo privilegiato nel linguaggio, nascondendosi al tempo stesso. Il linguaggio è, infatti, «la casa dell'essere».


Esso non è qualcosa di relativo alla comunicazione, ma alla Poesie che lo utilizza per fare evento la verità. La verità, in quanto a-létheia, è non-nascondimento dell'ente, l'ente che si svela per poi nascondersi di nuovo. La verità si configura, dunque, come "svelamento" (Unverborgenheit). Ciò che la verità svela è la natura (physis), ossia l'essere nel suo originario manifestarsi. Tuttavia, questa manifestazione della verità non è, come in Schopenauer, ottenibile dall'uomo. In Heidegger è l'essere che si svela.


Già in Essere e Tempo si era presentato il problema del linguaggio. Qui egli afferma che le parole non sono segni atti ad indicare le idee e a riguardo dice:



«Innanzi tutto» non sentiamo mai rumori e complessi di suoni, ma il carro che cigola, la motocicletta che assorda. Si sente la colonna in marcia, il vento del nord, il picchio che batte, il fuoco che crepita3


Con ciò egli afferma che il percepire un “rumore puro” non è un azione istintiva, ma un qualcosa di difficile per l'uomo.

1M. Heidegger, Che cos'è la metafisica? cit. p.67

2I. Kant, Critica del Giudizio, cit. p.105

3M.Heidegger, Essere e Tempo, Il corsivo è mio

Amicizia e percorso di vita

Mi interrogo spesso sul concetto di amicizia, e l'unica cosa che riesco a dedurne è che essa sia originata da una profonda affinità tra due anime. Lungi da me il pensare che si tratti di qualcosa di eterno. Essa è una situazione di incontro tra due strade. Non in un incrocio. Ma due vie che diventano una per un determinato periodo, pur conservando a destra un paesaggio e a sinistra un altro. Due vie che, quindi, sono destinate a separarsi nuovamente, per proseguire verso la Meta. Guai a chi dimentica di continuare a camminare, a progredire.

Se si avesse consapevolezza del fatto che si percorre un cammino, si eviterebbero tante frasi, tanto rancore. Ma, ahimé, non è così. E ci si aggrappa a cose passate, tentando di trovare mille giustificazione, pur di non ammettere ciò che naturalmente accade.

L'uomo è una creatura che si nasconde a se stessa, che si rifugge. Ha paura di scrutarsi, perché quel che troverebbe in sé lo spaventerebbe. Ma le paure vanno affrontate e dissolte. Esse non sono parte di noi.

Anche le cose tristi passavano, anche i dolori e le disperazioni, come le gioie, impallidivano, perdevano la loro profondità e il loro valore, fin che veniva un momento in cui non ci si poteva più ricordare che cos'era stato a far tanto male. Anche i dolori sfiorivano e appassivano.

H.Hesse, Narciso e Boccadoro

Tuttavia, ogni cosa è funzionale all'altra. Il dolore è pur sempre vita e non va dimenticato. Il suo ricordo va custodito come quello della gioia. Anch'esso è irripetibile.

Il Cerchio

In questo scritto mi limito ad accennare solo ai legami presenti tra cerchio e quadrato, non approfondendo, qui, la figura di quest'ultimo.

Il cerchio rappresenta l'infinito, l'equilibrio, in quanto tutti i punti sulla circonferenza sono equidistanti dal centro.

L’ideogramma alchemico di Uno il Tutto è il cerchio; linea o movimento che si conchiude in se stesso e che in se stesso ha principio e fine. Nell’ermetismo questo simbolo esprime l’universo e, simultaneamente la Grande Opera.” Per i Rosacroce “il cerchio simboleggia l'eternità, l'infinito, come anche il microcosmo umano.”

Tale concetto è riscontrabile anche in filosofia. Hegel, ad esempio, criticherà sia Fichte sia Schelling.

Fichte aveva, infatti, concepito l'Assoluto semplicemente come retta che si estende indefinitamente in un progresso all'infinito (“cattivo infinito”). A Schelling rimprovererà, invece, di aver percepito l'Assoluto in modo a-dialettico, come qualcosa di già dato, unità indifferenziata e statica. Ed in effetti il cerchio rappresenta dinamismo.

Tuttavia, nella concezione hegeliana si potrebbe meglio parlare di quadrato iscritto nel cerchio.

Il quadrato è il simbolo della terra, in opposizione al cielo, ma è anche, ad un altro livello, il simbolo dell'universo creato, terra e cielo, in opposizione al non-creato e al creatore; è l'antitesi del trascendente. Il quadrato è una figura antidinamica, ancorata sui quattro lati, rappresenta l’arresto o l'istante isolato. Il quadrato implica un'idea di stagnazione e di solidificazione, oppure di stabilizzazione . Mentre il movimento scorrevole è circolare e rotondo, l'arresto e la stabilità sono associati a figure angolose, con linee dure e a sbalzi.

Per gli alchimisti e gli ermetisti il quadrato, sormontato dalla croce simboleggiava la pietra filosofale.[...]Il cerchio è il segno dell'Unità del principio e di quella del Cielo e, come tale, ne indica l'attività e i movimenti ciclici. E’ lo sviluppo del punto centrale, la sua manifestazione: tutti i punti della circonferenza si ritrovano al centro del cerchio, che è il loro principio e la loro fine scrive Proclo. ” Tuttavia, è importante notare che “secondo Plotino il centro è il padre del cerchio e secondo Angelus Silesius il punto ha contenuto il cerchio. Numerosi autori applicano questo stesso paragone del centro e del cerchio a Dio e alla Creazione. Il punto e il cerchio hanno delle proprietà simboliche comuni: perfezione, omogeneità, assenza di distinzione o di divisione. Il cerchio può anche rappresentare non più le perfezioni nascoste del punto primordiale, ma gli effetti creati; in altre parole, il mondo in quanto si distingue dal suo principio”.

Il cerchio, in quanto sinonimo di equilibrio e armonia, si ritrova in molte costruzioni architettoniche sin da tempi antichi.

A un altro livello interpretativo, il cielo stesso diventa simbolo, il simbolo del mondo spirituale, invisibile e trascendente, ma più direttamente, il cerchio simbolizza il cielo cosmico soprattutto nei suoi rapporti con la terra, In questo contesto, il cerchio rappresenta l'attività del cielo, il suo inserimento dinamico nel cosmo, la sua causalità, la sua esemplarità e il suo ruolo provvidenziale, in questo modo si ricollega ai simboli della divinità china sulla creazione, di cui produce, regola e ordina la vita”.

In tutte le culture e in tutte le religioni il cerchio è simbolo del cielo, del divino.

Jung ha mostrato che il simbolo del cerchio , è un'immagine archetipica della totalità della psiche, il simbolo del Sé, mentre il quadrato è il simbolo della materia terrena, del corpo e della realtà.

[...] Nel mondo celtico , il cerchio ha una funzione e un valore magico. Cuchulainn incide un'iscrizione in lettere ogamiche su un cerchio di legno (fatto con un ramo ricurvo) per fermare l'esercito irlandese che invade l'Ulster. Il cerchio viene fissato a un pilastro e ingiunge, a chiunque legga l'iscrizione, di non oltrepassarlo senza accettare un singolar tenzone. Il cerchio simbolizza dunque un limite magico invalicabile. Il cerchio ha applicazioni religiose immediate: il grande idolo d'lrlanda, secondo i testi agiografici, è circondato da altre dodici pietre di minore grandezza disposte in cerchio”.

A tal proposito, intendendo il cerchio come limite, come campo determinato va citato anche Crowley che nel Magick afferma:

Il Mago sceglie un Cerchio, preferendolo a qualunque altra figura lineare, per molte ragioni:

1.Proclama in tal modo la sua identità con l'infinito.

2.Proclama l'equilibrio della sua attività, poiché tutti i punti della circonferenza sono equidistanti dal centro.

3.Proclama la limitazione comportata dalla sua dedizione alla Grande Opera. Non vaga più senza scopo nel mondo.

Tornando alle religioni, il cerchio, nella tardizione islamica, assurge alla più perfetta di tutte le forme. Nella religione cristiana vi sono due aspetti fondamentali di Dio: il cerchio (l'unità) e il quadrato (la manifestazione divina, il creato).

Il cerchio e il quadrato sono per eccellenza in Cina la manifestazione tangibile del cielo e della terra, ed insieme con l'uomo sono gli elementi che fanno parte della concezione dei tre poteri; il cielo che ricopre e produce, la terra che sorregge ed alimenta, l'uomo dotato della facoltà di pensare e provvisto di una volontà cosciente”.

Burckhardt scrive: "Se il cerchio è inteso come simbolo della Unità indivisa dal Principio, il quadrato esprime la sua determinazione prima ed immutabile, cioè la legge o natura universale; in tal caso il cerchio indicherà simbolicamente una realtà superiore a quella suggerita dal quadrato. Il che vale quando il cerchio è riferito al cielo per designare il movimento ed il quadrato alla terra per comprendere lo stato solido e relativamente inerte; onde il cerchio starà al quadrato come l’attivo al passivo, come la vita al corpo, poiché è il cielo che genera attivamente, mentre la terra concepisce e partorisce passivamente. Tuttavia si può pensare anche ad una gerarchia inversa se si considera il quadrato nella sua accezione metafisica, come simbolo dell’immutabilità del principio, la quale in sé contiene e risolve tutte le sue antinomie cosmiche e se per contro si riferisce il cerchio al suo modello cosmico, che è il movimento infinito, il quadrato esprimerà una realtà superiore a quella rappresentata dal cerchio, così come la natura permanente ed immutabile del Principio trascende l’attività celeste o la casualità cosmica, relativamente esterna al principio stesso”.


Zarathustra

Nella mia analisi volevo dimostrare che la figura di Zarathustra era riconducibile a quella di Lucifero come portatore di Luce e di saggezza. Ed effettivamente Zarathustra vuol portare luce e saggezza agli uomini, a chi può e vuole comprendere, a tutti e a nessuno, come avrebbe detto Nietzsche. Tuttavia, analizzando il testo, mi son dovuta ricredere e sono giunta a delle considerazioni, sebbene in “chiave moderna”. Non pretendo di offrire una nuova interpretazione di Nietzsche, mi limito solo ad annotare i simbolismi che i primi due capitoli del Proemio di Zarathustra mi hanno suggerito.

«Al compimento del trentesimo anno, Zarathustra lasciò la sua patria e il lago della sua patria a andò sui monti». Il numero 30 è un numero solare , ma è anche Oro. Come all'oro si giunge al termine della seconda fase alchemica, l'Opera al Bianco che comporta una resurrezione. Ed in effetti, a tal proposito sono significative le intenzioni di Zarathustra di abbandonare la patria (terra) e il lago (acqua). Un proseguimento di cammino, dunque, dopo l'Opera al Nero e l'Opera al Bianco.

Elementi caratterizzanti della terza fase alchemica, ovvero dell'Opera al Giallo, sono aria, estate e giorno. Il giorno, irradiato, appunto, dal sole.

«[...] Ma alla fine il suo cuore si trasformò – e una mattina, alzatosi con l'aurora, si fece al cospetto del sole e così gli parlò:

“[...] Per dieci anni sei venuto quassù alla mia caverna [...]”».

L'essersi “alzato con l'aurora” può indicare una illuminazione. Aurora, o astro del mattino, era infatti definito Lucifero. Etimologicamente Lux-fero, ovvero portatore di luce, di saggezza. Dove, nella Cabala inglese Lucifero è 534 che è anche Unità.

Inoltre è rilevante il compimento del decimo anno da eremita, ovvero l'inizio dell'undicesimo.

Sulla simbologia dei numeri Dieci e Undici, A. Moscato scrive: «[...] l'Uno oltre il Dieci è una eccedenza, un eccesso, rispetto alla normale e ordinaria scala di valori umani. [...] Vi è poi un ulteriore aspetto simbolico e filosofico del rapporto tra il numero (melior: cifra) Dieci e l'Undici. [...] In questo sistema di simbologia, la Rosa+Croce, o moltiplicazione per 10, rappresenta il coito dei Perfetti, mentre l'XI è senza ombra di dubbio quello spreco di cui si parlava precedentemente, l'eccesso magico rispetto alla “normale moltiplicazione”, l'Orgasmo creativo del Fallo, il rappresentate simbolico microcosmico del Sole, il Padre».

A tal proposito si può notare che il numero dell'Androgino è 918 che è anche il numero per Zarathustra.

Continuando a parlare al Sole, Zarathustra dice:

«Devo, al pari di te, tramontare, come dicono gli uomini tra i quali voglio discendere». Più avanti il vegliardo affermerà: «Questo viandante non mi è sconosciuto: passò di qui vari anni fa. Si chiamava Zarathustra; ma si è trasformato. Allora portavi la tua cenere sul monte: oggi vuoi portare il fuoco nelle valli? [...] Zarathustra è diventato un fanciullo, Zarathustra è un risvegliato [...]».

Elemento dell'Opera al Rosso è il tramonto, nonché il Fuoco. Un Fuoco che si rigenera dalle ceneri dell'Opera al Nero.


Commenti vari:


Airesignis:

La tua analisi è ricca e ben pensata. Ci sono però alcune cose che "a naso" non mi convincono (e non dipendono necessariamente da te, Nietzsche non è una verità assoluta, no?).

Partiamo dal numero 30; è a trent'anni che Gesù "appare", per così dire, nella sua veste di Maestro...sia per lui che per il Buddha vi è un periodo di tempo di cui non sappiamo nulla...muoiono al mondo come uomini, ritornano come guide, maestri o che dir si voglia. Ma in questo caso, se il 30, come dici, è oro, perché Zarathustra "si ritira" dal mondo? Qualcosa non mi convince. Il sole "desidera" brillare.

Scrivi poi circa il 10 e l'11; secondo Fulcanelli (così come per i pitagorici) il 10 è il numero della pietra filosofale...11 secondo Crowley e anche qui qualcosa non mi torna. Mi pare che l'undici sia in qualche modo inessenziale...a meno che non lo si voglia ricondurre a simbologie molto probabilmente estranee alla formazione di Nietzsche stesso.

Ad ogni modo le tue riflessioni sono interessanti, credo meritino un approfondimento.

Me:
Sul 30 ho anch'io qualche dubbio, ma per ora lascio così e vedo cosa tempo e studio mi suggeriscono.
Sono consapevole che l'interpretazione dell'11 è postuma e quindi estranea alla formazione di Nietzsche, tuttavia, anche precedentemente l'11 era considerato come numero di trasformazione, seppur connotato in senso negativo.

Ti ringrazio.
Vedrò d'approfondire :).

Nessuno:

Interpretazione interessante, non c'è che dire. Io pure, "in sooth", ho però qualche dubbio sulla sua vicinanza agli scopi nicciani. E premetto che ciò non è male di per sé. Tutt'altro! "Se il fruitore non è in grado di trovare nell'opera significati sconosciuti allo stesso autore, l'autore ha fatto un lavoro inutile", diceva saggiamente Wilde (forse... Non ne son certo, e non riesco più a ritrovare la citazione).
Va inoltre detto che la numerologia sovente è affatto istintiva. Io stesso, pur non avendo fatto studio numerologico alcuno, ho individuato svariate simbologie numeriche (più o meno connesse colla nostra cultura). Il numero terzo (assieme al nove), il decimo e l'undecimo in particolare sono chiaramente pregnanti.
Quel che dico, dunque, è che nella formulazione originale nicciana tutte queste considerazioni sono al più istintive ed incoscienti, o simbologie molto chiare (vedi il meraviglioso discorso del viandante). Del resto, lo stesso Federico ammette di essere un artista, non uno studioso: "Io sono un artista con qualche capacità scientifica accessoria."
Infine, per quanto concerne i 30 anni... Solitamente si è concordi nel ritenerlo un chiaro riferimento a Gesù. Figura per cui Nicce aveva rispetto, ma di cui esecrava l'eredità. Insomma, un altro piccolo tocco di classe del genio tedesco...
Una dimanda. Donde attingi quel 918?

Grazie per avermi fatto tornare alla mente quell'opera meravigliosa.

PS: Non mi firmo. Mi verrebbe da ridere se tu non capissi chi sono. ;)

Samael:

Un po' di osservazioni...

1) Conoscere lo Zoroastrismo attraverso Nietzsche è due volte più difficile perché:
a) Nietzsche non aveva velleità esoteriche e le sue osservazioni hanno valore solo dal punto di vista della sua filosofia.
b) Nella storia delle Religioni ci sono due scogli quasi insormontabili: il Mitraismo e lo Zoroastrismo. In questo caso la faccenda si rende più complicata in quanto un testo fondamentale come Gli insegnamenti di Zarathustra - nella storia religiosa dell'Iran di Raffaele Pettazzoni è praticamente introvabile. Tale testo conferma (se mai ce ne fosse bisogno) che lo Zoroastrismo è una religione fortemente e saldamente monoteista, manichea e "moralista". Ed è Nietzsche a doversi adeguare.

Poi, osservazioni sparse:
- Lucifero o "Stella del Mattino" è Venere, piuttosto che il Sole.
- La conclusione dell'Albedo (Opera al Bianco) non è l'Oro, men che mai l'Oro Filosofico.
- L'Opera al Giallo (seppure alcuni la riportino tra le fasi principali) non fa parte delle fasi alchemiche, che sono sempre e soltanto TRE. La Quarta fase non appartiene, per natura, all'Arte Regale.
- Numerologicamente l'Undici non esiste. Dopo il 10 c'è solo la ripetizione dall'Unità che si moltiplica da e su se stessa. Per i Pitagorici il numero 10 era il numero sacro, la perfezione, la Sacra Tetraktys. Oltre non v'è nulla.
- La fase dell'Opera al Rosso non è affatto il Tramonto, anzi, essa è la Perfezione dell'Opera, il raggiungimento del vero Oro filosofico, il Solfo Aureo, dorato con bagliori rossastri o rosso sulfureo.

“Non per niente i filosofi hanno dato allo zolfo, o fuoco, il nome oro, poiché è davvero oro sia in essenza che in sostanza, ma molto più perfetto dell’oro comune. È un oro che è completamente zolfo, o piuttosto un vero zolfo d’oro, un oro che è totalmente fuoco, o il vero fuoco dell’oro che cresce nelle caverne e nelle miniere filosofiche; un oro che non può essere cambiato o superato da alcun altro elemento; un oro assai stabile in cui vi è soltanto stabilità; un oro assai puro perché è la purezza stessa; un oro assai potente poiché senza di esso tutto il resto languisce; un oro balsamico poiché preserva i corpi dalla decomposizione; un oro animale poiché è l’anima degli elementi dell’intera natura inferiore; un oro minerale poiché è di zolfo, di argento vivo, di sale; un oro etereo poiché la sua natura è celeste ed è un vero cielo terreno velato da un altro cielo; infine è un oro solare, poiché è il figlio legittimo del Sole e il vero Sole della Natura; il suo potere dona forza agli elementi il cui calore vivifica le anime e il cui movimento porta la Natura intera al movimento; dalla sua influenza si eleva il potere delle cose, poiché è l’influenza della luce, una parte dei cieli, il sole inferiore e la Luce della Natura, senza cui persino la scienza sarebbe cieca; senza il suo calore la ragione sarebbe stupida; senza i suoi raggi l’immaginazione sarebbe morta; senza le sue influenze lo spirito è sterile; e senza la sua luce l’intelletto rimarrebbe nel buio eterno”.

Medita... ;)

P.S. Ricevetti il messaggio.

Me:

Circa le tue prime considerazioni:
avevo già precisato nella piccola premessa.
Per il resto mediterò e ti ringrazio per lo spunto di riflessione ;)
Dimenticavo due cose:
L'undici era considerato un numero infausto, quindi se ne ammetteva l'esistenza. L'interpretazione che ho riportato ha avuto origine con Crowley. Proprio per questo ho precisato che, nel brano, riportavo ciò che il testo di Nietzsche mi aveva suggerito e non ciò che oggettivamente egli intendeva esprimere. Come hai ribadito anche tu, il suo interesse era filosofico.

Preciso, inoltre, che non intendevo dire che Lucifero è il Sole -.-
Sono stata poco chiara probabilmente

Airel:

CREDO ZOROASTRIANO (da Le Zend-Avesta)

"Io mi dichiaro adoratore di Mazda, discepolo di Zarathustra, nemico dei Deava, seguace della Legge di Ahura"

Il zoroastrimo è MONOTEISTA... Zarathustra è un maestro, un profeta.

Una religione di una profondità immensa. Insegnamenti che poco hanno da invidiare al cristianesimo... anzi, per certi versi, la vera innovazione fu introdotto da Zarathusta... il suo pacifismo, il suo amore per gli animali, sono strabilianti: gli ebrei avevano un buon esempio da imitare, ma ahimè il sacrificio esigeva la sua vittima.

Riporto un ultima preghiera, sempre dall'Avesta:

"Come il migliore Signore così il migliore Giudice è egli, Zarathustra, secondo la Santa Legge, che porta del Buon Pensiero le opere vitali a Mazda e così, sovrana potenza ad Ahura; colui che fu stabilito a pastore dei poveri"

Baci
http://esoterismo.wordpress.com/

Samael:
Ma che l'hai presa sul personale ? :|
Mica ho detto che ti sei inventata quello che hai scritto, me la prendo per quello che dicono le tue "fonti".
Lo sai che il sottoscritto con Crowley ed epigoni ci quaglia poco.

Anche perché sono in molti a dare ragione a me. Papus nel suo Scienza dei Numeri dice: "[Pitagora] ha segnalato la decade come il limite, il confine, la somma di tutti i numeri. Egli ha pensato che i numeri superiori a dieci non sono che una ripetizione dei dieci primi e perciò ha attribuito una grande dignità alla decina".
Se poi andiamo a consultare Cornelio Agrippa scopriamo che: "Il numero undici, oltrepassando il decimo che è quello dei precetti e restando manchevole rispetto al dodicesimo, che è quello della grazia e della perfezione, vien chiamato il numero dei peccati e delle penitenze. [...] Così questo numero non ha alcun rapporto con le cose divine e con le celesti, né attrazione, né scala che lo guidi verso le cose superiori."

Per questo (e per molto altro) diffido di quello che può dire un Moscato qualunque in merito. Limite mio sicuramente. :|

Molto meglio i suddetti Papus (più affine alla Cabala) o Cornelio Agrippa. Se proprio vogliamo esagerare, un Arturo Reghini - un titolo su tutti, : Aritmosofia ( http://tinyurl.com/ynw45r ) - eminente esoterista e pitagorico vero. La sua opera principale (ancora praticamente inedita) sulla Matematica consta di circa 1600 pagine... se hai la dovuta pazienza... :D


Me:
Il "libello" che mi hai linkato appare di sole 75 pagine...

Samael:
Non "appare"... lo è... :|

Ti ho segnalato quello perché è un piccolo assaggio di "Matematica-applicata-all'Esoterismo"... o di puro e semplice Pitagorismo (che non c'entra nulla con la Cabala, né con la "numerologia" un tanto al Kg)... :P

L'opera più significativa del Reghini è composta da sette libri, ti lascio i titoli:
1) Risoluzione dell'equazione indeterminata di primo grado con due incognite.
2) Delle soluzioni primitive dell'equazione di tipo Pell e del loro numero.
3) Dei numeri triangolari, dei quadrati e dei numeri piramidali a base triangolare e quadrata.
4) Dei numeri poligonali.
5) Dei numeri piramidali.
6) Alcune proprietà dei numeri poligonali e piramidali.
7) Dei numeri poliedrici.

Io mi sono già spaventato a leggerne i titoli... :D

Sulla "Numerologia", come già detto, il testo di Papus è discreto. Cornelio Agrippa invece nel suo "De Occulta Philosophia" (con l'introduzione, ça va sans dire, di Reghini, che l'aveva anche tradotto dal Latino) affronta il significato Simbolico dei Numeri in stretto contatto con la Magia (Naturale, Celeste e Cerimoniale).

Già che ci sono ti segnalo anche "Principi del Calcolo Infinitesimale" di Guénon...
Buon divertimento... :P